Il villaggio Crespi d’Adda

 

 

Da tempo, dopo aver visitato quasi casualmente durante un viaggio di lavoro la Fuggerei di Augusta, il quartiere popolare più antico al mondo, desideravo conoscere una realtà lombarda che storicamente ne ricalca l’importanza. Parliamo del villaggio Crespi d’Adda , dal 1995  patrimonio dell’Unesco.

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Il contesto storico è quello della seconda rivoluzione industriale occorsa in Europa alla fine dell’Ottocento. Nuove risorse energetiche e tecnologiche derivanti dall’utilizzo del petrolio e dell’energia elettrica spalancarono  orizzonti  inesplorati  favorendo la trasformazione di molte aziende in vere e proprie fabbriche capaci, grazie al progresso, di avviare processi produttivi su larga scala. Alcuni studiosi attribuiscono a questi anni la nascita della figura del “capitalista industriale”. Con queste premesse visitiamo l’opera ambiziosa di due imprenditori, Cristoforo Benigno Crespi, originario di Busto Arsizio, e suo figlio Silvio Benigno, iniziata nel 1878.

Parliamo di un vero e proprio paese sulla riva del fiume Adda edificato dal nulla per i dipendenti del loro cotonificio, ampliato e potenziato nel tempo fino a raggiungere il ragguardevole traguardo di 4000 addetti. Un nucleo abitativo dotato del primo sistema in Italia di illuminazione pubblica e della prima linea telefonica privata, di acqua calda nei lavatoi pubblici ed altri comfort che non elenco. La progettazione spettò ad architetti di indiscutibile fama e i facoltosi committenti, a riprova delle loro aspettative, vollero utilizzare una sorta di logotipo ambizioso (ricorda la città ideale di Sforzinda del Filarete) rappresentato ovunque, qui lo si può osservare sul muro di cinta della fabbrica.

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La crisi italiana del 1929 segna la fine dell’attività lavorativa della famiglia Crespi  nel cotonificio e come naturale conseguenza l’abbandono del villaggio le cui proprietà presto passano di mano.  La fabbrica rimarrà operativa fino al 2003, l’orologio su una delle due altissime ciminiere segna ancora l’orario di uscita dell’ultimo giorno di lavoro.

In rete si trovano molti approfondimenti utili a chi voglia conoscere la storia nel dettaglio, ad esempio il sito www.villagiocrespi.it.

Ne cito un estratto:

“Il Villaggio di Crespi d’Adda è certamente la più importante testimonianza in Italia del fenomeno dei villaggi operai: ha costituito una delle realizzazioni più complete ed originali nel mondo e si è conservato perfettamente integro – mantenendo pressoché intatto il suo aspetto urbanistico e architettonico.

Crespi d’Adda è un autentico modello di città ideale; un interessantissimo, quasi perfetto, microcosmo autosufficiente dove la vita dei dipendenti, insieme a quelle delle loro famiglie e della comunità intera, ruotava – in un piano ideale di ordine e di armonia – attorno alla fabbrica; una città-giardino a misura d’uomo, al confine tra mondo rurale e mondo industriale.

Crespi d’Adda: realtà o metafora? Comunque sia ha costituito un polo di progresso industriale, abitativo e sociale, le cui soluzioni rappresentano ancor oggi un prezioso modello di riferimento.”

 

Ordine ed armonia di stampo quasi teutonico risaltano immediatamente visitando il quartiere operaio anche a chi, come il sottoscritto, possiede scarsissime nozioni sui modelli di sviluppo  dell’architettura urbana. Un ordine, ripeto, rigidamente funzionale allo scopo primario, tutto doveva supportare la sola attività industriale, senza cessioni al superfluo.

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Dal belvedere si notano le case operaie disposte in file file ordinate. La loro concezione è seriale. Nella visione dei Crespi contemplavano un giardino ben curato ed un orto nel retro su cui gli abitanti avrebbero dovuto camminare a piedi nudi. La guida ci ricorda che gli operai avevano per la maggiorparte trascorsi contadini, quindi questa pratica li avrebbe riavvicinati alla natura. Le case messe a disposizione potevano essere mono o bifamiliari. Vi furono rimaneggiamenti alle facciate delle abitazioni successivi al periodo Crespi, soprattutto in epoca fascista, tuttavia non ne fu modificato l’assetto originario.

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Lo stile di una casa operaia a pianta quadrata può ricordare il modello inglese con recinto basso, qui ricavato dalle regge che avvolgevano il cotone. Le finestre numerose permettevano l’aerazione efficace dei locali poiché al lavoro la polvere di cotone abbondava.

Ho trovato in rete molti articoli e considerazioni sulla “visione illuminata” dei Crespi a riguardo del trattamento delle maestranze. In verità sembra si pagasse una sorta di affitto, con trattenuta dalla “busta paga”, con necessario obbligo di conservare il bene nel decoro. La perdita dell’attività lavorativa determinava l’esclusione della famiglia dall’uso dell’abitazione. Sono molte le riflessioni personali mentre visitiamo il quartiere , le riassumo in una domanda a cui non so rispondere con precisione: i Crespi sono stati davvero capitani di industria  illuminati, esiste un criterio filantropico nella loro concezione dell’economia? La risposta non è così scontata per me. L’impressione personale è che la ricerca di un ordine funzionale unita all’intento di dettare un modello esistenziale tagliato e cucito in funzione della “dea produttività” abbiano rappresentato  strategia diretta di controllo e di influenza nei confronti della classe lavoratrice. Ho questa opinione ma non nego che il loro slancio, la passione e la dedizione alla causa ambiziosa mi abbiano affascinato.

Facciamo un passo indietro. Le condizioni operaie interessavano sicuramente all’imprenditore, ne è prova il fatto che le primissime unità abitative plurifamiliari furono dismesse, al riguardo vi è un discorso dei Crespi ancora attuale. La promiscuità favorisce il pettegolezzo, il tradimento, il degrado morale ed igienico. Non ho con me le parole esatte ma posso assicurare che si leggono con curiosità.

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Questi sono 3 “blocchi” plurifamiliari, di diverso colore.

Un paese non può contenere solamente case, occorre corredarlo di servizi necessari alla vita comune. Ci vorrà ad esempio una chiesa , gli imprenditori la fanno edificare sulla falsa riga del duomo di Busto Arsizio, con una particolarità….il luogo sacro non deve avere il campanile perché sovrasterebbe la più alta ciminiera della fabbrica. Il lavoro è al di sopra di tutto. Anche questa particolarità diventa motivo di riflessione personale.

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In collina si trovano due edifici più grandi ed eleganti, visibili da tutta la comunità. Sono la casa del parroco e la casa del dottore. Due figure iconiche nell’economia di ogni paese hanno dimore facilmente riconoscibili e contigue, come se le cure  materiali e spirituali dovessero   essere somministrate contemporaneamente.

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Non può mancare la scuola. Oggi la facciata riporta la sigla STI (stabilimenti tessili italiani) fatta apporre dall’impresa che comprò successivamente il villaggio.

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Mi ha colpito  l’importanza che Crespi attribuì all’istruzione scolastica. Tutto il materiale  era gratuito, non erano tempi rosei per la scuola italiana, già allora in mancanza di fondi.  Un appunto della guida mi riporta alla realtà….i più capaci ricevevano un’ educazione speciale così da poter diventare impiegati e dirigenti modello. Quale miglior figura professionale per un imprenditore di un prodotto del proprio vivaio? Non dimentico nuovamente che tutto è funzionale alla fabbrica.

Allontanandosi dal quartiere operaio si possono osservare le case degli impiegati e dei capireparto.

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La serialità lascia il posto a costruzioni più eleganti, ci sono maggiori spazi verdi. La presenza del balcone sembra essere il segno distintivo del “salto” di classe. Balzo che si fa più evidente se si prosegue e si incontrano le nove ville dei dirigenti. Parliamo di accattivanti dimore monofamiliari, senza orto e con giardino elegante, alcune potevano ospitare addirittura la servitù. La posizione rispetto alla fabbrica è defilata.

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In un’escalation di magnificenza visitiamo l’esterno della dimora dei Crespi, siamo lontani dalla zona dirigenziale, a ridosso della fabbrica. Come ogni feudo qui siamo in presenza di un vero e proprio castello,  ci sovrasta una costruzione di stampo medioevale, dimora estiva della famiglia. Doveva essere ben visibile, testimoniando l’autorità ed il prestigio sociale del proprietario. Il luogo, così come la fabbrica, non si può visitare. Credo di aver capito che attualmente appartenga ad un privato ma sia stato abbandonato.

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Le sorprese non finiscono, non può mancare il cimitero. Una fila di alberi, forse cipressi, guida lo sguardo verso l’enorme mausoleo dei Crespi nel camposanto del paese. È un’altra icona della loro grandeur imprenditoriale. Ironia della sorte, l’imponente tomba di famiglia è l’unica proprietà a loro rimasta. La morte è questo: la completa uguaglianza degli ineguali, diceva il filosofo moderno Jankèlèvitch. Va certamente ricordato che furono generosi nel voler pagare le spese funebri alle famiglie dei defunti, fornendo a titolo gratuito anche la lapide. Ritorna il tema della serialità poiché tali pietre sono eguali, così da fare assomigliare l’ambiente ad un composto cimitero di guerra.

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Colpiscono le tombe dei bambini, all’epoca la mortalità infantile era elevata…

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Il ciclo di visita è completo, in paese esisteva anche un Hotel ed un dopolavoro, operavano anche i pompieri. La macchina era autonoma ed efficiente!

Dal vialone del cimitero torno verso la mia macchina e rivedo nuovamente il sontuoso ingresso della fabbrica.

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La vita lavorativa era dura, il lavoro minorile costituiva la norma, molte erano le donne impiegate. Non mi sembra di aver trovato in rete testimonianze di malcontento operaio, vi fu però uno sciopero per la richiesta della riduzione dell’orario di lavoro (la norma pareva essere dalle dieci alle dodici ore al giorno). La famiglia Crespi si dimostrò attenta alla tematica della sicurezza nei luoghi di lavoro e non utilizzò mai la pratica umiliante della punizione corporale, messa in atto in molti Stati esteri . Una visita alla centrale che forniva energia al paese ed al cotonificio, operativa anche attualmente, conclude la nostra giornata.

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Una curiosità: durante questa visita mi sono tornati in mente più volte due riferimenti. Non sono strettamente legati al contesto.

Il primo, cinematografico, è il film di Petri “La classe operaia va in paradiso”, lo vidi in un cineforum ai tempi dell’università. Cito la frase che accoglieva i lavoratori in fabbrica, per fortuna l’ho facilmente ritrovata in rete: “Lavoratori, buongiorno. La direzione aziendale vi augura buon lavoro. Nel vostro interesse, trattate la macchina che vi è stata affidata con amore. Badate alla sua manutenzione. Le misure di sicurezza suggerite dall’azienda garantiscono la vostra incolumità. La vostra salute dipende dal vostro rapporto con la macchina. Rispettate le sue esigenze, e non dimenticate che macchina più attenzione uguale produzione. Buon lavoro.” L’immagine di un operaio che apre lo sportello di un macchinario mostrando  la foto di un nudo femminile durante l’avviso registrato è ancora impressa nella mia memoria.

L’altro riferimento è un ricordo letterario dell’infanzia, il libro cuore di De Amicis, pubblicato nel 1886. Ne cito un estratto, la lettera del padre al protagonista che si dispiace di non poter più rivedere i compagni amati dopo la fine della scuola.

“Perché, Enrico, mai più? Questo dipenderà da te. Finita la quarta, tu andrai al Ginnasio ed essi faranno gli operai, ma rimarrete nella stessa città, forse per molti anni. E perché, allora, non v’avrete più a rivedere? Quando tu sarai all’Università o al Liceo, li andrai a cercare nelle loro botteghe o nelle loro officine, e ti sarà un grande piacere il ritrovare i tuoi compagni d’infanzia, – uomini, – al lavoro. Vorrei vedere che tu non andassi a cercar Coretti e Precossi; dovunque fossero. Tu ci andrai, e passerai delle ore in loro compagnia, e vedrai, studiando la vita e il mondo, quante cose potrai imparare da loro, che nessun altri ti saprà insegnare, e sulle loro arti e sulla loro società e sul tuo paese. E bada che se non conserverai queste amicizie, sarà ben difficile che tu ne acquisti altre simili in avvenire, delle amicizie, voglio dire, fuori della classe a cui appartieni; e così vivrai in una classe sola, e l’uomo che pratica una sola classe sociale, è come lo studioso che non legge altro che un libro. Proponiti quindi fin d’ora di conservarti quei buoni amici anche dopo che sarete divisi; e coltivali fin d’ora di preferenza, appunto perché son figliuoli d’operai. Vedi: gli uomini delle classi superiori sono gli ufficiali, e gli operai sono i soldati del lavoro; ma così nella società come nell’esercito, non solo il soldato non è men nobile dell’ufficiale, perché la nobiltà sta nel lavoro e non nel guadagno, nel valore e non nel grado; ma se c’è una superiorità di merito è dalla parte del soldato, dell’operaio, i quali ricavan dall’opera propria minor profitto. Ama dunque, rispetta sopra tutti, fra i tuoi compagni, i figliuoli dei soldati del lavoro; onora in essi le fatiche e i sacrifici dei loro parenti; disprezza le differenze di fortuna e di classe, sulle quali i vili soltanto regolano i sentimenti e la cortesia; pensa che uscì quasi tutto dalle vene dei lavoratori delle officine e dei campi il sangue benedetto che ci ha redento la patria, ama Garrone, ama Precossi, ama Coretti, ama il tuo «muratorino» che nei loro petti di piccoli operai chiudono dei cuori di principi, e giura a te medesimo che nessun cangiamento di fortuna potrà mai strappare queste sante amicizie infantili dall’anima tua. Giura che se fra quarant’anni, passando in una stazione di strada ferrata, riconoscerai nei panni d’un macchinista il tuo vecchio Garrone col viso nero… ah, non m’occorre che tu lo giuri: son sicuro che salterai sulla macchina e che gli getterai le braccia al collo, fossi anche Senatore del Regno.”

Consiglio vivamente la visita guidata al villaggio Crespi, si va oltre alla semplice conoscenza storica dei luoghi e degli eventi. Tocca nel vivo tematiche sociali e professionali di attualità. Sa far nascere dubbi ed interrogativi la cui risposta è spesso complessa o troppo sbrigativa.La classe operaia, per esteso, può diventare icona delle nostre esistenze, di una deriva della condizione lavorativa che oggi deprime e spaventa. Qualcuno usa un sostantivo più duro del termine “deriva”… parla di degenerazione. Ho riportato due citazioni, rischiando di rasentare la banalità, ma ne esiterebbero altre più pertinenti. Spazio allora a chi possiede una cultura letteraria o cinematografica migliore di quella del sottoscritto…… Ho ripetutamente rivolto un pensiero anche alle moderne figure imprenditoriali, Del Vecchio, Marchionne, il nostro ex “presidente operaio”. La lista è corposa. Mi fermo perché questa analisi oltrepassa le mie capacità e competenze. Non tutte le impressioni vanno fermate su carta.

Un ultimo appunto. Ho scelto un approccio fotografico “diretto”, non curando molto inquadrature e regole compositive. Ho utilizzato tutte le ottiche che ho in corredo con la mia Fuji Xpro2 per cercare di ottimizzare grossolanamente la scena.

Ripeto: da visitare assolutamente, sperando che presto si trovi un accordo per preservare il complesso della fabbrica dai malanni del tempo.

 

 

 

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