Il Vajont, Armando Gervasoni, I corvi di Erto e Casso.

Una doverosa premessa, scrivo queste righe senza la pretesa (o il vanto) di offrire un contributo memorabile. I maestri, quelli veri e quelli presunti, hanno già detto tutto ed a me resta solo qualche riflessione personale.

Longaronese dal 1970 al 1980.

Cresciuto in un paese che si era appena lasciato alle spalle la tragedia del Vajont.

Cresciuto tra gente che aveva perso qualcuno e qualcosa. Cresciuto, quando a sette anni appresi il numero dei morti e dei dispersi, con la strana sensazione di camminare calpestando qualche cadavere. Arrivato in paese con i genitori nel 1970 non ho mai avvertito lo spettro del recente passato, Longarone stava cicatrizzando velocemente il proprio tessuto urbano e sociale ed economico. Nel mio mondo infantile questo sarebbe potuto essere “un posto come un altro”. Va detto che le istituzioni non parlarono mai del disastro a noi bambini. Non voglio commentare questa scelta e lo dico senza malizia.

Una data, un’ora precisa, il 9 ottobre 1963 alle 22.39, pochi infernali minuti a fare da spartiacque tra un “prima” ed un “dopo” da consegnare alla storia. Due lunghe linee temporali su cui si accavallano troppi eventi e riflessioni per chi, come il sottoscritto, vuole solamente proporre un semplice punto di vista, che in realtà semplice non è.

Inoltre, anche la storia degli eventi politici e giudiziari post-disastro e’ oltremodo cupa. Impressiona leggere l’articolo “Vajont, due volte tragedia” della giornalista Lucia Vastano, che riporta il comportamento ambiguo dell’ex presidente della repubblica Giovanni Leone, la storia degli esigui risarcimenti ai superstiti e, per contro, degli ingenti finanziamenti ad attività industriali che con la tragedia non avevano nulla a che vedere.

Sul tema esistono numerose “pietre miliari” di stampo letterario, cinematografico e teatrale. Ricordo il film “Vajont, la diga del disonore” del regista Martinelli (2001), il monologo di Paolini (che consiglio vivamente), gli scritti di Tina Merlin, nota giornalista bellunese che vide pubblicato il suo romanzo “Sulla pelle viva” solamente nel 1983. Ci sono anche i libri e le dichiarazioni del poliedrico Mauro Corona. Per chi desidera una trattazione più tecnica esiste un testo del geologo Edoardo Semenza, figlio dell’ingegnere Carlo Semenza che progettò e costruì la diga. Io non ho letto le sue pagine , lo farò poichè fu il primo a scoprire nel 1959 la paleofrana sul monte Toc, frana che poi causerà il disastro. Il volume contiene numerose puntualizzazioni verso i temi proposti dalla Merlin e da Paolini.

Vengo al dunque.

Non si parla molto, invece, del romanzo profetico di Armando Gervasoni…” I corvi di Erto e Casso” (Gabrielli Editore). Io l’ho divorato.

In rete si trova qualche notizia sull’autore e poi un’intervista al curatore del libro, Stefano Ferrio, chiarisce i retroscena sulla nascita del volume. Il giornalista vicentino, nato nel 1933 e morto in un incidente stradale il 17 novembre del 1968, scrisse per il Gazzettino di Belluno fino ai primi mesi del 1963. Fu poi spostato nella redazione di Rovigo. Questo ricollocamento sembrò dettato dalla Sade, notoriamente legata alla proprietà del giornale (se ne trova ampia testimonianza in rete). A quanto ho capito, il “corpus” del libro fu terminato nel settembre del 1963 a ridosso della tragedia. Non fu mai divulgato e pubblicato, si possono intuire le motivazioni. Come concausa, il curatore Ferrio sostiene poi che ci fossero diversi riferimenti personali nel romanzo (il giornalista senza nome del libro è sicuramente una sua proiezione fedele) che forse non volle subito divulgare. Il compito della pubblicazione spettò ai figli che proposero a Ferrio le cartelle paterne.

Il prologo di questo romanzo è lucida poesia. Comincia da dove dovrebbe finire. Una vera e propria ellissi temporale. L’ingegnere toscano Panfilo Recher giace esanime a Longarone sotto le rovine di un edificio costruito come si faceva “una volta”… con il cemento ed i mattoni buoni. Tutto gli è crollato addosso. I sogni socialisti di nazionalizzazione dell’energia, l’attaccamento alla professione, la strana attrazione per il Vajont.  L’anima vive e, fuggendo dalla prigione del corpo martoriato, incontra altre anime trasformandosi di volta in volta in un uccello diverso. Ritroverà molti compagni del suo breve viaggio terreno, il disegnatore Rossi, Celso sindaco di Longarone. Vedrà da lontano il collega Valli che ha sostituito su alla diga, lo vedrà in carne ed ossa al rito funebre. Lui, si capisce,  è sopravvissuto. Emoziona l’incontro finale con Saba, la ragazza di cui si innamorò non ricambiato. Lei, bellissima e libera, è l’ertana che ha nel sangue i cromosomi di qualche antico delinquente , Erto e Casso furono infatti colonie penali. Viene quasi da sperare  che in questa seconda vita vi sia un lieto fine per loro.

Già….una trasfigurazione che , riletta e rivissuta dopo aver finito il romanzo, mozza il fiato. Mi ricorda lontanamente il protagonista del romanzo Birdy di William Wharton, scritto nel 1979 e divenuto poi film ad opera del regista Parker. Lessi questa storia molti anni fa rubando il volume nello scantinato di un oratorio milanese.

Ritrovo in Panfilo Recher qualche tratto del tenente Drogo, semplice pedina del sistema, vittima e complice dell’immutabilità esistenziale. Il dovere come vocazione, il progresso sociale come fede. Sicuramente Gervasoni conosceva l’opera di Dino Buzzati, che scrisse anche sul Vajont. Viene spesso ricordata questa frase: “Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. “ Lo scrittore, assieme ad altri giornalisti di chiara fama si fece difensore di una tesi errata: l’imprevedibilità assoluta della catastrofe.

Nella storia incompiuta tra Panfilo e Saba e nella frustrazione dello stesso protagonista riprovo qualche sensazione affiorata durante la lettura del libro ”Il giardino dei Finzi Contini” di Bassani.

Mi ha impressionato la scena dell’evacuazione di una contrada posta al di sotto del livello massimo di invaso del bacino. Valli è un collega che vuole andare via e quindi passerà le consegne al sostituto  Panfilo. Egli indica a Recher la fenditura a forcella sul monte Toc. Cito testualmente l’impressione del protagonista: “ pareva dire:io me ne vado, me la batto in tempo, quella rogna grattala via tu”.

Degna di nota è anche la  profezia di Gervasoni sugli effetti che il disastro avrebbe causato su Longarone. Secondo la tesi di Edoardo Semenza, invece, le preoccupazioni di Tina Merlin erano principalmente rivolte ad Erto.

Mi fermo qui, un libro che ha lasciato un segno e che consiglio vivamente. Il microcosmo sociale longaronese con i suoi gelatieri, Erto e Casso, Sade, politica locale e tanti altri temi vengono ben amalgamati dalla penna di questo “cronista di vecchio stampo”, offrendo una narrazione interessante.

Voglio proporre qualche mia fotografia, scattata unicamente con intento descrittivo.

Questa è la diga a doppio arco del Vajont, orgoglio del progettista e costruttore Ing. Carlo Semenza. Resse alla forza dell’onda causata dalla frana. Sullo sfondo si intravvede la stessa frana del monte Toc (non tutti concordano sull’origine del nome, toc in friulano significa marcio).

Questo doveva essere il bacino del Vajont in prossimità della diga. E’ evidente l’entità della frana.

Casso non ebbe perdite vista la posizione geografica favorevolmente sovraelevata rispetto al bacino. Ma qui il tempo si è fermato dopo il disastro. Oggi è praticamente disabitata. Gervasoni la descrive con toni foschi e negativi. In lotta perenne con Erto, i suoi abitanti vogliono tagliare ogni ponte. Erto è Erto e Casso è Casso, ricorda Saba. E si arrabbia se qualcuno la contraddice. Loro sono favorevoli alla costruzione della diga, si sentono protetti e sentono l’odore dei soldi che non hanno mai avuto.

Qualche scatto nel paese di Casso.

Mi sposto ad Erto. Fantastica la descrizione di Gervasoni sulla mitica Via Crucis che qui gli abitanti mettono in scena ogni anno.

Questa è la M di Muller, la cui forma e dimensione appare evidente salendo verso Casso. La frana fu individuata e studiata nel 1959 dal figlio del costruttore della diga, il già citato Edoardo Semenza, notissimo geologo. E’ immaginabile la preoccupazione del padre una volta appresa la potenziale gravità della scoperta. Comunque la SADE non si poteva mettere in discussione, il progetto doveva continuare ad ogni costo e contro ogni previsione negativa. Carlo Semenza chiese al figlio di “attenuare le affermazioni estremiste”.  L’altrettanto noto  geologo Dal Piaz , che per primo studiò la valle del Vajont, parve non dare alcun peso al potenziale pericolo causato dalla paleofrana del Toc. Oggi le considerazioni in rete non sono tenere con questo studioso…..qualcuno vorrebbe cambiare il nome ad una scuola ed un rifugio a lui titolati. Dopo la scoperta di Semenza si rese necessaria una seconda perizia, fu affidata al geologo austriaco Leopold Muller. Le sue conclusioni sono chiare (si possono leggere anche su Wikipedia) e sconfortanti. La Sade procede comunque.

Il consiglio che posso dare è quello di andare a visitare i luoghi del Vajont, cercare di percepirne le vibrazioni di persona. Magari lo si potrebbe fare prima o dopo aver letto “I corvi di Erto e Casso”. Un libro che fa capire e “sentire” questa tragedia attraverso l’efficace forma romanzata. Faccio mie , senza alcuna prosopopea, le parole del curatore Ferrio nella postfazione….. “grazie Armando”.

PS: ho davvero voluto bene al giovane Panfilo Recher.

 

 

 

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3 thoughts on “Il Vajont, Armando Gervasoni, I corvi di Erto e Casso.

  1. Grazie Gianluca del tuo atteso post sul Vajont scritto con passione e competenza e, al solito, corredato da belle immagini (malgrado il cielo grigio che, tuttavia, è proprio quello tipico della zona). Ti scrivo da Pordenone, quindi in prossimità delle famigerate località… a dire il vero non mi sono mai dedicato gran ché all’evento, forse proprio perché articoli come i tuoi sono rari(ssimi)… apresto!

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  2. Trovo l’articolo – corredato dalle fotografie -interessante, competente e dettagliato nei suoi riferimenti storici e letterari. Quasi vent’anni di vita longaronese post – Vajont, localmente impegnato professionalmente e in campo sociale mi hanno convinto che “l’affare Vajont” è di enorme complessità sotto ogni aspetto. Sono convinto che analisi, interessamenti e studi su quanto e sul come è successo, come la presente relazione di Gianluca, soprattutto da parte dei giovani, sia una scuola di esperienza, di meditazione e di stimolo per un futuro a favore dell’uomo. Luigi Gentilini

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  3. Ne abbiamo parlato abbondantemente a casa, però mi piace riportare qui qualche riflessione. Su tuo invito ho letto il libro, che mi è piaciuto, a metà. Evito commenti sulla scrittura che sarebbero troppo viziati dal mio occhio professionale, esprimo solo qualche perplessità sulla narrazione, che a volte diventa davvero involuta e va a toccare molti aspetti della vicenda che vengono lasciati aperti, forse per la difficoltà di riuscire a tirare le fila di una vicenda tanto complessa, ma lasciano il lettore disorientato. Va comunque letto, per l’aura profetica che ha intorno a sé, per il valore di documentazione su quello che era il sentire “non ufficiale” dell’epoca e per la poeticità, concordo con te, del prologo.
    Trovo invece il tuo articolo interessante, perché documenta il fatto che, a distanza di più di cinquant’anni, il desiderio di comprendere le cause e le responsabilità di questa tragedia e ancora vivo e la sua eco non si è ancora spenta. Né mai si dovrà spegnere, tanto che ho deciso di trattare l’argomento con i miei alunni di terza, l’anno prossimo, anche se ora viviamo a trecento chilometri da quei luoghi, proprio perché non si tratta di storia locale, ma universale.

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