Bernardo e le barbabietole

Barbabietole. Tante barbabietole. Troppe barbabietole. Ad ogni singhiozzo il camion ne sputa fuori qualcuna sull’asfalto caldo, quando il bisonte si ferma di fronte alla casa dei miei nonni dal cassone ne cadono a terra almeno una decina.

E’ sabato sera, dopo cena, c’è già buio.

Bernardo abita di fronte alla nostra casa. Dalle finestre aperte lo si sente chiaramente. Sta di nuovo parlando con la televisione, c’è la tribuna politica. A tratti s’accalora, alza la voce, inveisce contro Andreotti. “Statte zitt”…urla….lui pensa che lo sentano e lo ascoltino.

Noi siamo ragazzini, l’età è giusta per compiere stupidaggini insensate senza farsi troppi problemi. Io poi, inspiegabilmente, mi lascio trascinare. Ci fosse stata mia cugina, più vivace di me, non sarebbe stata d’accordo. Qualcuno estrae un coltellino svizzero e fa a pezzi le barbabietole. Vogliamo tirarle contro la casa di Bernardo, fa caldo, quasi tutte le finestre sono aperte e lui continua a sbraitare.

Qualche colpo a vuoto e subito dopo il danno è fatto, la cucina emette un rumore distinto, di vetro in frantumi. Bastano due secondi, tutti si dileguano come le lucertole. Bernardo esce inviperito e grida “guagliò, iatvn a la casa”. Io vorrei rientrare ma mio nonno tarda ad aprire. Rimango come un salame davanti alla porta chiusa. Forse mi vede, sono l’unico fesso che si è fatto beccare.

E’ domenica mattina, fa caldo. Voglio andare in piazza. Mi guardo bene attorno e salgo la scalinata di fronte alla casa dei nonni. Non lo devo incontrare.

Con un tempismo perfetto, punizione divina penserebbe qualcuno, Bernardo sbuca dalla porta di casa. San Felice non è New York, prima o poi ci si ritrova. E’ vestito a festa, ha le scarpe lucide e consunte, porta la camicia bella un po lisa sul colletto. E’ chiusa fino all’ultimo bottone, serrata dalla cravatta a strisce rosse. Ci si può chiedere come possa resistere con quel caldo infernale.I capelli sono impomatati e gli occhi, segnati dalle cataratte, lacrimano leggermente.

“Gianluco” sibila con la sua voce incerta, “Gianluco”….io mi vergogno ed ho paura. Le pause sembrano durare ore……” Tiè cento lire?”……Se non ho capito male mi sta chiedendo solo se gli regalo qualche moneta. Si vuole comperare le immancabili sigarette che gli hanno segnato i denti e dipinto i baffi rasi malamente.

Gli do tutto quello che ho in tasca.

“ah Bernardo…mi chiamo Gianluca e non Gianluco” gli ripeto. Lui crede che il mio sia un nome da femmina. ” Shine, vabbuò, ciao” mi dice e caracollando si dirige in tabaccheria.

Mi saluterà ogni anno al ritorno chiamandomi Gianluco e chiedendomi qualche moneta. Un’istituzione per me. Mi offrirà poi qualche sigaretta, buon pretesto per scambiare due chiacchiere.

Questo è il mio ricordo di un uomo buono e semplice che non è più tra noi.

Ho solo due fotografie, neppure mie. Una la scattò mio zio Nicola provando la reflex di Michela e l’altra l’ha fatta proprio lei.

Ciao Bernardo, stammi bene!

4 thoughts

    • Grazie Gianluca per questo tenero ricordo di Bernardo e di San Felice. Le tue parole hanno avuto la forza di suscitare in me commozione, fino a strapparmi qualche lacrima (ahimè, sono diventato anziano…). Lo sguardo inquieto di Bernardo e la sua intensa e severa espressione nelle foto da te postate (una delle quali, come hai ricordato, è stata scattata dal sottoscritto), ricordano gli autoritratti del pittore Ligabue.

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